Fabian Society: la politica lenta che ha cambiato il Regno Unito
Riformare senza rivoluzione: un metodo che ha influenzato la sinistra britannica e che ancora oggi divide tra pragmatismo ed élite.
La Fabian Society è una creatura curiosa: un’associazione politica che non nasce per prendere il potere, ma per influenzare chi lo prende. Niente barricate e niente “giorno X”: al loro posto, studio, dibattito pubblico, proposte e una rete di persone capaci di trasformare idee in leggi. Per qualcuno è una delle radici della socialdemocrazia britannica; per altri è il prototipo della politica fatta nei salotti.
La società nasce a Londra nel 1884, nel pieno di un’Inghilterra industriale in cui ricchezza e povertà convivono a pochi isolati di distanza. Il nome “Fabian” richiama Quinto Fabio Massimo, generale romano celebre per una strategia paziente: non lo scontro frontale, ma l’erosione lenta dell’avversario. In politica, per i fabiani, significa una cosa precisa: cambiare per gradi, dentro le istituzioni.
Questa scelta li colloca nello spazio del socialismo democratico e riformista: non un “salto” rivoluzionario, ma un lavoro incrementale su welfare, regolazione, servizi pubblici, istruzione. È un metodo che può produrre risultati concreti, ma che porta con sé una domanda fastidiosa: chi decide il ritmo delle riforme, e chi resta fuori mentre il ritmo è “lento”?
Simboli e membri: la lentezza come marchio
Il fabianesimo ha anche un’iconografia sorprendentemente esplicita. Il simbolo più noto è la tartaruga, emblema della lentezza strategica. Più controverso è uno stemma storico con un “lupo in pelle d’agnello”: un’immagine che ha alimentato sospetti sulla strategia di “permeazione” nelle istituzioni e che, proprio per questo, oggi viene spesso citata come esempio di comunicazione infelice.
Tra i membri più noti compaiono figure come George Bernard Shaw e, soprattutto, Sidney e Beatrice Webb: intellettuali e riformatori che trattano la politica come un lavoro di progetto. Il punto non è solo “chi c’era”, ma l’idea di fondo: senza analisi e competenze, le riforme restano desideri.
Questa cultura “da laboratorio” si intreccia con la nascita di luoghi dove studiare la società con strumenti moderni: l’ambiente fabiano è legato alla fondazione della London School of Economics, che diventa un riferimento per la ricerca su economia, lavoro e politiche pubbliche.
Declino o metamorfosi?
Parlare di declino, in senso assoluto, è fuorviante: la Fabian Society esiste ancora. Se però “declino” significa perdita di centralità del fabianesimo classico — l’idea che un piccolo club intellettuale possa guidare la sinistra — allora il discorso ha più senso. Nel tempo, la politica di massa, i sindacati, le svolte economiche e la moltiplicazione dei think tank hanno reso quella voce una tra molte.
Oggi la Society assomiglia più a un’officina: produce report, ospita discussioni, costruisce linguaggio e proposte. Non è poco: molte scelte pubbliche nascono in ambienti del genere, anche quando la scena mediatica sembra dominata da slogan e polemiche.
Perché appoggiarla e perché no
Appoggiarla ha senso se ti convince l’idea che i cambiamenti duraturi richiedano pazienza, competenza e capacità di costruire maggioranze. Il metodo fabiano è una politica che prova a “scrivere” la società con strumenti concreti: scuola, sanità, regole del lavoro, fiscalità, servizi.
Non appoggiarla ha senso se temi che la politica diventi tecnocrazia, e che la competenza sia anche un modo elegante per escludere chi non ha accesso alle stesse reti sociali. E se pensi che alcune urgenze (disuguaglianze, clima, diritti) richiedano accelerazioni, il gradualismo può sembrare una lentezza colpevole.
La lezione più utile, forse, è questa: la Fabian Society non è un santino e non è un complotto. È un esperimento storico su come cambiare una società senza rotture violente. Capire dove funziona e dove inciampa è un buon esercizio di lucidità politica.